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Nel calcio, come in ogni ambito della vita, vi sono teorie che, se condivise da molti, diventano verità incontrovertibili. Così, è ormai opinione condivisa unanimemente da allenatori e addetti ai lavori che le partite si vincano a centrocampo. Terreno di battaglia e di conquista a suon di contrasti, punto nevralgico del gioco, regno dei giocatori di quantità e impero di architetti che non disegnano palazzi ma mirabili traiettorie geometriche frutto di un dono raro: quella tecnica sopraffina che solo i più grandi registi possiedono. Se poi caparbietà e determinazione si uniscono a qualità tecniche innate, il mix diventa esplosivo, trasformando un calciatore nel faro che con i suoi lanci e i suoi tempi illumina il gioco di un’intera squadra. Alejandro Faurlin, nato a Rosario il 9 agosto del 1986, possiede tutte queste doti, ma come uno scrittore che soffre di un blocco, così anche lui spesso da l’impressione di credere di averle perdute o di non averle mai avute. Ciò ha fatto sì che, dopo aver giocato ottime stagioni, condite da gol e assist di pregevole fattura, in Primera B Nacional con le maglie di Atlético de Rafaela e Instituto, nonché in Championship col Qpr, alle prime difficoltà in Premier League con gli stessi londinesi Faurlin si è smarrito, attirando a volte su di sé pesanti critiche e l’etichetta di eterno incompiuto. La situazione di questo talentuoso regista argentino dunque somiglia incredibilmente a quella della squadra in cui è appena approdato. Così come per il Palermo, anche per Faurlin, il problema non è mai stato di natura tecnica ma pituttosto caratteriale: si tratta di saper reagire nei momenti di difficoltà, tirando fuori quella forza interiore che è innata almeno quanto il talento ed è soprattutto indispensabile per risalire la china; si tratta di non perdersi nel terreno paludoso degli “avrei potuto” e “avrei dovuto”, ma rialzarsi e lottare, senza temere gli ostacoli, affrontandoli a viso aperto per divenire padroni della propria vita e del proprio destino come avviene a centrocampo, quando, dopo aver vinto un contrasto, si diviene padroni del gioco e, chissà, magari si vince la partita.
Nel calcio, come in ogni ambito della vita, vi sono teorie che, se condivise da molti, diventano verità incontrovertibili. Così, è ormai opinione condivisa unanimemente da allenatori e addetti ai lavori che le partite si vincano a centrocampo. Terreno di battaglia e di conquista a suon di contrasti, punto nevralgico del gioco, regno dei giocatori di quantità e impero di architetti che non disegnano palazzi ma mirabili traiettorie geometriche frutto di un dono raro: quella tecnica sopraffina che solo i più grandi registi possiedono. Se poi caparbietà e determinazione si uniscono a qualità tecniche innate, il mix diventa esplosivo, trasformando un calciatore nel faro che con i suoi lanci e i suoi tempi illumina il gioco di un’intera squadra. Alejandro Faurlin, nato a Rosario il 9 agosto del 1986, possiede tutte queste doti, ma come uno scrittore che soffre di un blocco, così anche lui spesso da l’impressione di credere di averle perdute o di non averle mai avute. Ciò ha fatto sì che, dopo aver giocato ottime stagioni, condite da gol e assist di pregevole fattura, in Primera B Nacional con le maglie di Atlético de Rafaela e Instituto, nonché in Championship col Qpr, alle prime difficoltà in Premier League con gli stessi londinesi Faurlin si è smarrito, attirando a volte su di sé pesanti critiche e l’etichetta di eterno incompiuto. La situazione di questo talentuoso regista argentino dunque somiglia incredibilmente a quella della squadra in cui è appena approdato. Così come per il Palermo, anche per Faurlin, il problema non è mai stato di natura tecnica ma pituttosto caratteriale: si tratta di saper reagire nei momenti di difficoltà, tirando fuori quella forza interiore che è innata almeno quanto il talento ed è soprattutto indispensabile per risalire la china; si tratta di non perdersi nel terreno paludoso degli “avrei potuto” e “avrei dovuto”, ma rialzarsi e lottare, senza temere gli ostacoli, affrontandoli a viso aperto per divenire padroni della propria vita e del proprio destino come avviene a centrocampo, quando, dopo aver vinto un contrasto, si diviene padroni del gioco e, chissà, magari si vince la partita.

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